Le due Tokyo – Tokyo giovane androide ricoperto di luci

La vecchia signora dal kimono sbiadito dal tempo che passa sa come sopravvivere ai secoli, ricoprendosi di led e risanando i suoi arti malandati con protesi robotiche di metallo lucido. Tokyo ha due facce, e la faccia più nota e visivamente d’impatto è sicuramente quella supermoderna e tecnologica, con i suoi grattacieli fitti d’insegne e i treni superveloci, un mondo automatizzato che convive con quello umano in un ordine caotico che rende tutto estremo e quieto insieme.

Perdersi tra le vie psichedeliche di Akihabara è facile. La città elettrica la chiamano, e a ragione vista l’esplosione di luci notturne, con le sale giochi da decine di piani, i manifesti dei principali videogames, le giovani maid  con la divisa nascosta sotto i cappotti imbottiti per resistere al freddo invernale della sera. Non nascondo di essere rimasta talmente colpita da quest’esplosione da rimanere imbambolata per strada, confusa sul dove iniziare la mia esplorazione, spintonata dai passanti diretti alla loro vera meta.

Ma d’altronde la Tokyo moderna è meraviglia, e lo è anche quando ti perdi tra la folla, come al celeberrimo incrocio di Shibuya, dove questa attraversa ordinata e in fretta, come fosse un’unica grande creatura, un’onda di carne che ti passa a fianco, inarrestabile.

E da Shibuya è facile raggiungere Harajuku e la sua Takeshita Street, regno delle mode di strada, puntinata dalle coloratissime harajuku girls ricoperte di accessori che, mangiando una tipica crepes a cono giapponese, fanno shopping tra i negozi dei principali brand d’abbigliamento della terra del Sol Levante. Proprio qui un’apparente ragazzina dalle zeppe rosa confetto mi allunga il volantino che mi scombinerà i piani domenicali: un evento dedicato alla musica pop giapponese, al mondo fashion e ai cosmetici. Completamente gratuito per gli stranieri. Con un concertone live chiuso da una delle artiste giapponesi più note al mondo, Kyary Pamyu Pamyu. Non posso mancare.

So già che il mio viaggio si concluderà presto, e reputo che il Moshi Moshi Nippon Festival possa essere il degno finale di quest’esperienza. Mi registro online in ostello e mi presento all’evento nel pomeriggio, delusa da una Tokyo Tower immersa in un cielo grigio quanto il quartiere che la circonda. Appena entro non posso che rimanere colpita dal design, tra lanterne illuminate appese al soffitto e mascotte kawaii mi ritrovo assalita di promoter entusiasti che vogliono offrirmi tonnellate di gadget. “Compila questo sondaggio”, “Possiamo farti un’intervista?”, “Vuoi provare a fare degli origami”? Quasi tutto completamente gratuito, spesso solo seguendo le varie organizzazioni sui loro social.

Kyary Pamyu Pamyu on stage al Moshi Moshi Nippon Festival – pic by iflyer.tv/ja/article/2016/11/30/mmnf-report

Con una borsa di Gudetama, il piccolo uovo depresso della Sanyo, piena di roba sotto il braccio mi dirigo fino al concerto, separato dal resto dell’evento. La cosa che mi colpisce di più non sono tanto le idol in se, ma quanto i fans. Sono uomini e donne, non solo giovanissimi, ma anche oltre i quaranta. E ballano, cantano, saltano insieme alle ragazzine sul palco con lo stesso entusiasmo di un teen ager. E senza nessun doppio fine. Vogliono assorbire quell’allegria, quel colore, quella giovinezza che ormai hanno perduto. Una volta Asako-san, della mia host family da Osaka, mi disse che gli artisti giapponesi ci tenevano sempre a dare una loro immagine pulita, sorridente, positiva, perché è questo che i fans vogliono. Vogliono bravi ragazzi e ragazze. E forse, considerati i “bad boy” che vanno di moda nel mondo occidentale, non è poi così male, no?

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