Ecco come mi sono innamorata anche della Corea

La Korean Wave, “l’ondata Coreana”, è quel fenomeno che ha visto l’esplosione della produzione “pop” coreana nel mondo orientale, e non. Quello che sappiamo della Corea (del Sud) lo sappiamo grazie all’ondata: musica pop (persino mia nonna sa chi è Psy, per dirne una), la skin care coreana, i prodotti Samsung. L’ondata è un fenomeno tutto nuovo, un boom che ha visto elevarsi un paese che per l’italiano medio prima era l’ennesima parte della Cina (come tutto ciò che si trova ad est, d’altronde).

Credo che la Corea si conosca per i motivi sbagliati. Io ho conosciuto un popolo orgoglioso, che protegge con unghie e denti la sua tradizione, che cerca di promuovere tutti gli aspetti della propria cultura, che accoglie gli ospiti con un misto di cortesia e calore. Un popolo per certi versi occidentalizzato, ma che è riuscito comunque a crearsi un suo stile, un brand unico da esportare anche fuori dai suoi piccoli confini.
Una terra che in questi anni si è evoluta in maniera rapidissima: in Corea si passa da grattacieli pieni di luci a templi immersi in gloriosi giardini, con i loro tetti verdi dipinti di fiori che si stagliano contro una skyline metropolitana.

Il tempo che ho trascorso qui è stato ricco di emozioni ed esperienze.

Ho indossato l’hanbok durante il Chuseok , la festa del ringraziamento Coreana.
Ho pestato l’impasto di riso dei Tteok, i dolci di riso glutinoso molto simili ai mochi, per poi mangiare il frutto del duro lavoro.
Ho raccolto patate dolci nella campagna di Incheon.
Ho fatto il bagno nuda in una jjimjilbang, le terme coreane, circondata da sorridenti ajumma. 
Ho ballato ad un festival, mentre venivo tirata a destra e manca da colorati signori e signore in maschera.
Ho mangiato bibimbap fatto in casa, con una vera famiglia coreana.
Ho visto uno spettacolo di tradizionali maschere danzanti.
Ho mangiato in un tempio buddista.
Ho cucito la rilegatura di un quaderno in stile coreano.
Ho bevuto birra mescolata a soju sulla riva di un fiume, ordinando pollo fritto da asporto nel parco.

E naturalmente ho camminato per ore e ore, ho girato Seul in lungo e in largo, ho mangiato quanto più cibo locale potessi e ho parlato con diversi curiosi locali. E tutto ciò, e altro ancora, questa volta non l’ho fatto da sola, ma insieme ad i miei amici.

 

Posso dire, dunque, che nonostante abbia trascorso meno giorni qui rispetto agli altri paesi asiatici che ho visitato, mi ritengo davvero molto soddisfatta di quanto vissuto in Corea. Dal punto di vista turistico, culturale e anche umano.

E tornando alla Korean Wave, non sono mai stata una grande conoscitrice di questo paese e delle sue mode. Ecco perché è stato ancora più bello scoprirlo e imparare ad amarlo. E sarà bello tornarci ancora, perché è un paese che merita di essere conosciuto molto più a fondo di quanto sappiamo, e di quanto ho potuto imparare nel poco tempo che abbiamo trascorso insieme.

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