Il Festival delle Maschere Danzanti di Andong

Vi è mai capitato di fare dei piani per un viaggio che poi finiscono per stravolgersi vostro malgrado? A me ultimamente capita spesso, ma vi assicuro che anche questa volta il cambiamento di programma è stato più che positivo!

Questa storia ha inizio ancora in Italia, quando via Skype pianificavamo le tappe fuori Seul da visitare durante la nostra permanenza in terra coreana. Sapevamo che negli stessi giorni del nostro arrivo ci sarebbe stato un festival ad Andong, che aveva attirato la nostra attenzione per essere una città dal patrimonio storico-culturale antichissimo, che vanta un bellissimo villaggio hanok perfettamente preservato, dove ancora i locali utilizzano vestiti tradizionali. Inoltre Andong è terra delle Tal, le maschere che caratterizzano vari personaggi di un teatro danzante.

Le maschere del teatro coreano

Insomma, entusiasti prenotiamo la nostra gita ad Andong, convinti di andare al villaggio e magari dare un’occhiata al festival a fine giornata. Ma presto il destino avrebbe stravolto i nostri piani, perché stavamo per fare conoscenza con la neonata M.U.P. Event, un’organizzazione che, patrocinata dal ministero della cultura di Andong, organizzava un tour gratuito del festival riservato agli stranieri. Cancelliamo i nostri piani e riprenotiamo con la M.U.P. senza pensarci due volte. L’appuntamento è alle 9.00 a Itaewon, il contatto su Kakaotalk. Lì per lì ci domandiamo se la gita esista davvero o se sia tutta una qualche montatura quando due pullman di un rosso sgargiante e una guida afroamericana che risponde al nome di Sean ci invitano ad affrettarci ai nostri posti. Il viaggio ha inizio!

Tra sonnacchiose montagne immerse nella nebbia e un pit stop ad una delle meravigliose aree di sosta coreane il viaggio prosegue tranquillo, senonché risaliti a bordo parte un’improbabile gara di karaoke! E intendo una gara di karaoke con tanto di maxi schermo, microfoni e console tutta in coreano che è stata la nostra Adriana a tradurre per tutti.

La sobrietà del nostro pullman con karaoke annesso….

Arriviamo ad Andong gasati dalle note di Let it Go per ritrovarci immersi all’interno del festival delle maschere, tra performance di equilibristi e suonatori di tamburi. Giusto il tempo di fare incetta di street food coreano che siamo in fila per la performance delle maschere danzanti. Il biglietto anche questa volta è offerto dal tour. Ci sediamo e assistiamo a due folli performance, storie di matrimoni combinati e arzilli vecchietti che lasciano la vecchia moglie morta stecchita per mezza pièce. Capisco sì e no il 60% di quello che sta succedendo ma in qualche modo fa ridere.

 

Foto di rito con gli attori e siamo già seduti ad un laboratorio di decorazione di maschere. Lavoriamo con i nostri colori come bimbi all’asilo, riuscendo anche a strappare un premio. Siamo ancora lì ad applaudire i vincitori che, colpo di scena, l’evento impazzisce.

Al lavoro sulle nostre maschere!

Difficile da spiegare cosa sia successo, finché c’era il sole suonavano tamburi tradizionali e le maschere ballavano, ma appena il sole scompare. Boom. Parte un assurdo DJ Set, lanciafiamme sparano nel cielo notturno colonne di fuoco e carri carnevaleschi spuntano tra la folla come evocati da uno strano incantesimo.

Le Ajumma e gli Ajoshi ci tirano nella bolgia, ci danno in mano scettri luminosi degni di un majocco, ci circondano e pretendono balliamo con loro. Sono tutti uomini e donne di mezza età e anche di più, non parlano una parola di inglese, ma ci tengono per mano e ci contendono tra un gruppo e l’altro come fossimo gli ospiti d’onore, applaudendo, ridendo, incitandoci. Non sappiamo cosa stia succedendo e come, ci stanno letteralmente spingendo verso il palco. Fortunatamente la follia si esaurisce prima che ci costringano a salire su una sorta di cubo (e vi assicuro, siamo stati pericolosamente vicini dal farlo).

E non appena le luci si riaccendono tutti si disperdono come niente fosse accaduto. Il festival è improvvisamente finito, ritorniamo al punto di incontro confusi da quanto appena vissuto. Un vecchietto si avvicina, è muto e non vede bene, eppure riesce a chiederci a gesti da dove veniamo, perché siamo lì in Corea. E alla fine si scusa per non poter parlare con noi.

Quando salgo sul pullman, e questa volta non c’è karaoke a distrarmi dai miei pensieri, realizzo che forse non avrò visto l’hanok village di Andong. Ma in cambio ho conosciuto un po’ di più dei veri coreani, e lì ho realizzato quanto possano essere straordinari. Soprattutto quelli che non ti aspetti.

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