Diario di Viaggio, Italians vs Italy!

Slow Living a Casale Marittimo – vivere in un borgo nel XXI secolo

Nonostante una storia vagabonda fatta di anni passati a vivere qui e lì, senza avere davvero fissa dimora da nessuna parte, mi sono sempre considerata una donna di città. D’altro canto, ho vissuto in metropoli come Roma e Parigi, e il luogo più piccolo nel quale ho provato a sopravvivere è stato Lladudno, in Galles del Nord. Una breve parentesi che, guarda caso, si è conclusa con la mia anticipata fuga.

Insomma, quando mi sono ritrovata a Casale Marittimo, in quel di della costa etrusca Toscana, mi è preso un po’ il magone. Mio dio, questo posto è piccolissimo! Ma potrò mai vivere qui? La mia anima cittadina ne risentirà?

Non ho ancora una risposta a questa domanda, intanto ho fatto una “prova” di dieci giorni, anzi undici. Undici giorni di “slow living” nel bel mezzo di un centro cittadino tutto in pietra che conta poco più di mille abitanti. Per me un’esperienza talmente straniante da volerci dedicare un post.

Ecco quali riflessioni ne sono derivate!

Casale Marittimo, un luogo d’altri tempi

Durante la pandemia del Covid-19, si è tanto parlato di smart working, di turismo di prossimità, della ribalta della vita nei borghi. Insomma, la brutta e cattiva gigantesca città inquinata e rumorosa è stata dipinta come l’inferno in Terra, contro la bucolica paradisiaca pace dei borghi italiani. Ammetto di aver spesso riso di questa visione edulcorata. Mi son sempre detta “eh, ma figurati! Staranno esagerando!”.

Adesso non lo so più.

Casale Marittimo è un borgo antico, addirittura di origine etrusca, costruito intorno al castello che è stato dei conti Della Gherardesca. Negli anni ’70 contava poco più di 800 abitanti, rischiava di essere totalmente abbandonato, è stato il turismo a salvarlo. Tanto da conquistarsi una bandiera arancione Touring Club Italia!

L’aria che si respira qui è davvero d’altri tempi. Il silenzio è rotto appena dai numerosi piccioni che tubano sulle tegole rossicce. Le macchine sono rarissime, si cammina a piedi su strade acciottolate pulitissime, gli usci decorati di piante e fiori. Tutto il borgo è casa, quasi un enorme “condominio diffuso”. Ho assistito a scene impensabili in città, ho visto signore in vestaglia spazzare davanti casa, spazzare davanti la casa dove io alloggiavo, pulire per strada come facesse parte dell’abitazione. Porte aperte lasciate incustodite, scambi di piatti preparati da un’abitazione all’altra. Insomma, una grande famiglia. Ogni qual volta ho camminato in giro per i suoi viottoli, sono stata salutata. Tutto un buongiorno e buonasera continuo con perfetti sconosciuti.

Qui la vita scorre lenta, un supermercato non c’è, bisogna scendere in città, fino alla vicina Cecina per trovare negozi e catene. C’è giusto una macelleria, una farmacia, un ufficio postale, un panificio (che è stato chiuso per quasi tutto il mio soggiorno, “in ferie” da fine ottobre a inizio novembre, per me impensabile!). E naturalmente, qualche ristorantino.

Nel weekend il silenzioso borgo si popola di turisti, molti sono stranieri, sono armati di macchina fotografica e buone intenzioni. I locali si riempiono, quasi impossibile trovare posto senza prenotazione. Casale vive ogni due giorni a settimana.

Per il resto, il silenzio.

Vivere in un borgo fa per tutti?

Casale Marittimo per me è stato il luogo della concentrazione. Molto facile sedersi in terrazzo, guardare la sterminata Val di Cecina brillare sotto il sole della Toscana e lasciarsi andare all’ispirazione. Una sorta di ritiro spirituale, vista anche la momentanea mancanza di Internet. Non è un caso che io sia tornata sul blog dopo un periodo di stop, questa “vacanza”  mi ha lasciato solo tanta ispirazione. Magari è un luogo che va bene per chi cerca la pace, per chi nella vita scrive, un po’ come me.

Un panorama fonte di ispirazione!

Ma quest’utopia alla lunga potrebbe risultare una gabbia, soprattutto se si è giovani e vogliosi di conoscere gente nuova, di uscire ogni giorno, di scoprire cose nuove, diverse. Ho conosciuto persone che vivono qui che non sanno nulla del borgo, perché ogni scusa è buona per scappare, per andare in città, per andare al nord.

Insomma, la pandemia non ha cambiato poi di tanto le carte in tavola. I borghi sono stati sì riscoperti, ma non sono ancora i sostituti delle città. Forse è solo colpa nostra, che bombardati così tanto dagli stimoli delle metropoli, ormai ci troviamo bene solo nell’inferno cittadino.

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